BRIAN CALVIN: ASTRAZIONE IN AGGUATO 

A Gstaad, nell'elegante cornice della galleria Almine Rech, Brian Calvin presenta con "Loitering" una mostra ingannevolmente placida, che interroga con sconcertante precisione la tensione tra immagine e pittura, figura e superficie, sguardo e ampiezza dello sguardo. 

Brian Calvin, Blue Moonlight, 2025, acrilico su tela, ©Brian Calvin, foto: Serge Hasenböhler, per gentile concessione dell'artista e di Almine Rech

Ciò che Calvin presenta qui non è tanto una serie di ritratti quanto un sistema chiuso, una logica pittorica le cui regole implicite vengono costantemente rivisitate, modulate, rimosse e reintrodotte, finché la variazione non appare esaurita, ma la tensione non lo è mai. I volti, quasi sempre femminili, quasi sempre giovani, sempre privi di psicologia, ci fissano ma non ci dicono nulla. Non sono né muse, né modelli, e nemmeno persone. Sono moduli, figure-interfaccia, archetipi senza contenuto, progettati per creare una dinamica puramente plastica. 

Le labbra carnose, le ciglia perfettamente disegnate, le ciocche di capelli levigate come arabeschi vettoriali sembrano emergere da una matrice algoritmica tanto quanto da uno studio di pittura. Eppure, nulla qui è freddo. O meglio, la freddezza stessa diventa uno spazio abitato, uno spazio di lento attrito tra colore e forma, tra l'inerzia degli elementi e il tremore della loro disposizione. Calvin rivendica volentieri un legame con Piero della Francesca, questa "qualità glaciale" dei volti e delle strutture mentali, ma questo classicismo reinventato qui avviene attraverso una dissoluzione della narrazione: rimane solo il volto, e intorno a esso, il dipinto. Nessuna messa in scena, nessuna profondità, nessun contesto. Un approccio frontale, spesso brutale, quasi intrusivo. Una maglietta stampata, un paio di occhiali, una lattina di soda, un motivo su uno sfondo semplice: tanti elementi pop in trompe-l'oeil, tante esche visive, che non mirano a riferirsi alla realtà ma a rompere i meccanismi interni della rappresentazione.

Calvin non dipinge ciò che vede, ma ciò che la pittura può costruire senza l'ausilio della realtà. Non parte mai da un'idea, non realizza schizzi preparatori, non cerca alcuna narrazione; lascia che le sue tele si costruiscano lentamente, ciecamente, in continua interazione con la materia. È qui che opera la vera astrazione del suo lavoro: non nell'immagine, ma nel processo. Le sue composizioni sono campi di equilibrio precario, dove i rapporti tra colore, volume e superficie vengono valutati, confrontati e messi a dura prova. Si potrebbe quasi dire che dipinge come un formalista, ma con la maschera di un artista figurativo. Questa ambivalenza conferisce alla sua opera un potere inquietante. In Chiaro di luna blu, La Lineup ou Caramelle (tutte del 2025), le figure sembrano fluttuare in uno spazio senz'aria, sospese tra il disegno di un manuale di parrucchiere e un'icona sintetica. 

Lo sguardo dell'osservatore è costantemente sollecitato, ma anche intrappolato, impedito a proiettarsi. Gli occhi che ci fissano non si aspettano nulla. Non riflettono alcun desiderio, alcun dramma. Sono lì per ancorare il dipinto a una frontalità radicale. L'osservatore, a sua volta, diventa un oggetto guardato, catturato dal raggio di uno specchio che non riflette. Il titolo della mostra, "Loitering", con la sua eco baudelairiana, evoca lentezza, vagabondaggio, vagabondaggio senza meta. Potrebbe riferirsi alle figure stesse, in attesa, sospese in un non-tempo pittorico. O all'artista, seduto nel suo studio, risvegliato dal lento emergere dei suoi dipinti. Ma è soprattutto l'osservatore che bighellonare, che vaga, preso in questo ciclo di immagini che non dicono nulla, ma da cui non si può uscire. Si pensa a Dipinti parigini da Baudelaire al moderno flâneur, ecco un visitatore di una galleria in una piccola città svizzera, che vaga da un volto all'altro mentre attraversa paesaggi mentali. 

Il paesaggio è lì, discreto, spesso ridotto a un riflesso di foresta o a un frammento di cielo. Non incornicia la scena; la infesta. Calvin sfuma le scale, gioca con un cosmo in miniatura: nei o costellazioni, stelle o macchie di colore, nulla è mai certo. Ciò che è certo, tuttavia, è la coerenza complessiva. Una coerenza senza conforto. Una pittura che rifiuta la seduzione narrativa, ma che cattura, che intrappola, che ci trattiene. Una pittura che ci guarda e ci impedisce di raccontarci storie. In questo, Calvin non è né un pittore della gioventù californiana né un documentarista del presente connesso. È, più profondamente, un pittore della struttura, un architetto del vuoto, un regista della superficie. 

"Brian Calvin - Bivacco"
Galleria Almine Rech
Chalet Wilibenz, Bahnhofstrasse 1, Gstaad (Svizzera)

alminerech.com

 

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