Nel grande teatro contemporaneo della ritrattistica, pochi artisti sono capaci di cambiare il nostro modo di vedere quanto Amy Sherald.


La sua arte, contenuta ma intensamente silenziosa, si colloca al confine tra realtà e immaginazione, come se ogni volto diventasse uno schermo di proiezione per una storia più ampia: quella della rappresentazione dei corpi neri nell'arte occidentale. Ciò che colpisce di più in Sherald è questo modo singolare di sospendere il tempo: una pausa che non è mai fredda, ma piuttosto un invito a contemplare ciò che pensavamo di sapere.
La mostra "American Sublime", presentata per la prima volta allo SFMOMA prima di approdare al Baltimore Museum of Art, riunisce una quarantina di tele realizzate tra il 2007 e il 2024. È un viaggio in un corpus di opere ormai iconico, popolato da figure che non posano, ma si affermano. Sherald non offre mai narrazioni aneddotiche. Compone presenze. La sua tavolozza, sempre precisa, combina l'iconico grigio scelto per la pelle – un grigio che sfida ogni categorizzazione razziale – con colori vibranti, quasi surreali, che avvolgono abiti, scenografie o accessori. L'effetto è duplice: da un lato, queste figure sembrano emergere da una fiaba moderna; dall'altro, ci guardano con disarmante sincerità.

Da questa retrospettiva emerge una profonda coerenza. Miss Everything (Unsuppressed Deliverance) , che le è valsa il prestigioso Outwin Booker Portrait Competition nel 2016, confermava già questo desiderio di sovvertire le convenzioni della rappresentazione. In seguito è arrivato il ritratto di Michelle Obama, diventato iconico all'istante, non per il suo status ufficiale, ma per la tenerezza e la libertà che esprime. Sherald non glorifica. Rivela. La monumentalità risiede altrove, nella postura, nella luce interiore.
Tra le opere che spiccano nella mostra, l'immenso trittico Ecclesia (L'incontro tra eredità e orizzonti) raffigura una scena quasi sacra: una comunità che sembra fluttuare in uno spazio simbolico, contemporaneamente al di fuori del mondo e ancorata a una storia di memorie tramandate. Il monumentale Trans Forming Liberty prosegue su questo tema, trasformando un ritratto in un manifesto – un modo per affermare che la dignità e la sovranità del corpo sono tutt'altro che astratte. Quanto al ritratto di Breonna Taylor, rimane uno dei momenti emotivamente più intensi della mostra: un'immagine di infinita delicatezza che trasforma il dolore in omaggio e la rabbia in chiarezza. Sherald non ritrae una tragedia, ma un'esistenza.


La mostra al BMA rende omaggio a questa dimensione civica del suo lavoro. Baltimora non è solo una città in cui Sherald ha vissuto: è un territorio emotivo, una fondazione. I programmi organizzati parallelamente alla mostra sottolineano questo aspetto comunitario. Il Community Day ha invitato i visitatori a confrontarsi con temi cari all'artista – identità, immaginazione, bellezza del quotidiano – attraverso workshop, musica e performance. Successivamente, una conversazione tra Sherald e la direttrice del BMA, Asma Naeem, ha collocato questo viaggio unico all'interno di una geografia intima: quella della città, delle sue influenze e dell'idea che l'arte possa riorientare un modo di essere nel mondo. Anche la festosa serata Art After Hours ha ampliato questo legame diretto tra creazione, esperienza condivisa e gioia di stare insieme.
Usciamo da "American Sublime" con la convinzione che il ritratto possa ancora fare qualsiasi cosa: guarire, incarnare, cambiare il nostro modo di vedere. Sherald offre immagini che durano nel tempo perché reintegrano la figura nera in una storia dell'arte da cui era stata emarginata per troppo tempo. Qui, si distingue, serena, sovrana, sublime.
“Amy Sherald: il sublime americano”
Museo d'arte di Baltimora
10 Art Museum Drive, Baltimora (USA)
Fino al 5 aprile 2026







