In vista della sua 55ª edizione, Art Basel si prepara a un'annata in cui il ricamo si affianca agli algoritmi e in cui figure a lungo relegate ai margini tornano alla ribalta.

Dal 16 al 21 giugno, Messe Basel riapre i suoi padiglioni per quello che rimane l'evento più atteso del calendario dell'arte contemporanea. La principale novità si può riassumere in due numeri: Zero 10, la sezione dedicata alle pratiche plasmate dalla cultura digitale, fa il suo debutto a Basilea. Curata da Trevor Paglen e dallo stratega Eli Scheinman, riunisce una ventina di espositori attorno a un tema volutamente ampio. La condizione, che si interroga sul significato del vedere e del conoscere in un mondo saturo di immagini generate. Schermo verde L'opera di Hito Steyerl (2023), una parete a LED realizzata con bottiglie riciclate e popolata da piante viventi i cui segnali bioelettrici modulano l'immagine, sarà senza dubbio l'opera più discussa. In modo più discreto, la presenza di Vera Molnár, pioniera francese dell'arte algoritmica scomparsa nel 2023 e alla quale il Kunstmuseum Basel dedica contemporaneamente una retrospettiva delle sue incisioni, ci ricorda che l'arte digitale ha una lunga storia, anteriore alla tendenza che le viene attribuita.


L'altro tema centrale di questa edizione risiede in una tendenza osservata da diverse stagioni e che quest'anno sembra essersi manifestata in modo inequivocabile: la reintroduzione di figure femminili a lungo relegate ai margini del mondo dell'arte tradizionale. Nella galleria di Marianne Boesky, Mary Lovelace O'Neal, la grande pittrice afroamericana le cui opere si riversano in intense tonalità di viola e arancio sabbia, viene presentata con una forza tale da rendere difficile comprendere la sua lunga assenza dai musei europei. Nella galleria di Pace, la verticalità di Louise Nevelson e la sobrietà di Agnes Martin dialogano tra loro, due generazioni di astrazione femminile americana che la fiera riporta in circolazione senza un didascalismo forzato. E Yto Barrada, che rappresenterà la Francia alla Biennale di Venezia pochi mesi dopo, presenta trapunte di seta nera in cui la geometria dell'arabesco riecheggia il patrimonio tessile maghrebino.

Il filo, infatti, attraversa questa edizione come un basso continuo. Ghada Amer, da Boesky, lo usa da trent'anni come la sostanza stessa della sua pittura: nelle sue ultime tele, centinaia di fili colorati cadono in una cascata verticale, rivelando frasi femministe quasi illeggibili, come se fossero tenute sotto la superficie. Sanford Biggers reinterpreta antiche trapunte americane, creando costruzioni scultoree bordate di foglia d'oro. Marilou Schultz, un'artista Navajo recentemente affiancata da Jessica Silverman e contemporaneamente esposta al Tinguely Museum in Organismi del lavoro, dispiega un arazzo che estende questa logica: ciò che per lungo tempo è stato definito artigianato trova finalmente il suo giusto posto.

Rimane la sezione Unlimited, dove la fiera ammette opere di dimensioni troppo grandi per gli stand. Quest'anno, in questa sezione, vengono presentate in dialogo due installazioni: due lati che sostengono la veritàUna parete autoportante di dodici metri di Woody De Othello, presentata congiuntamente da Karma e Jessica Silverman, le cui nicchie ospitano una cinquantina di sculture in ceramica, vetro, pietra e sequoia; e la cupa architettura di Torkwase Dyson presso Pace and GRAY, ispirata alla Grande Migrazione, composta da trapezi in acciaio, vetro e alluminio. Due artisti afroamericani che, ognuno a suo modo, utilizzano i materiali come spazio di riflessione sul volo, l'attesa e la memoria.


Questo è forse ciò che questa edizione di Art Basel significherà più chiaramente: non la conferma di un mercato, ma il momento in cui diverse linee di ricerca a lungo marginali (tessile, donne, diaspore, pratiche computazionali) cessano di essere semplici elementi complementari all'esposizione per diventare la narrazione principale.
Eva Kaplan










