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SARAH CROWNER: L'ARTE COME CORPO VIVENTE 

Nel lavoro di Sarah Crowner (nata nel 1974), artista multidisciplinare, tutto inizia con un gesto – preciso, quasi coreografico – che taglia, dipinge, assembla, allunga e rilassa la materia per rivelarne meglio le forze invisibili. 

Pastorale, 2025, Pam Tanowitz, Sarah Crowner e Caroline Shaw
Una commissione LAB del Fisher Center
Foto: ©Maria Baranova
Nella foto: Marc Crousillat

Per oltre due decenni, l'artista americana ha sviluppato una pratica in cui linee, colori, forme e materiali non sono mai entità isolate, ma frammenti di un organismo più ampio. Le sue tele, composte da forme tagliate e dipinte, poi assemblate e cucite insieme, sfidano immediatamente l'illusione del disegno: qui non c'è traccia di linea, tutto è bordo, contatto, incontro. Da lontano, si potrebbe pensare che siano composizioni familiari; da vicino, si scopre un'architettura sensibile in cui ogni elemento afferma la propria autonomia e allo stesso tempo tende verso il tutto.

Questo approccio, che pone la materialità al centro della percezione, apre una sottile riflessione sul processo creativo stesso. Per Crowner, la pittura non si limita alla superficie: è un atto fisico, "laborioso", dice, fatto di tagli successivi, rielaborazioni e riarrangiamenti. Un ciclo quasi meditativo in cui si costruisce per meglio decostruire, come se l'artista cercasse di comprendere il mondo, e la storia dell'arte, attraverso frammenti ricomposti. Ispirata tanto dalla natura quanto dalle voci storiche che reinterpreta liberamente, Crowner tratta il patrimonio artistico come una materia viva, da manipolare, spostare e riattivare. Il suo metodo di lavoro fluido e aperto crea così un dialogo tra epoche e discipline.

Questa permeabilità creativa permea anche le sue numerose collaborazioni. Coreografi, musicisti, ballerini, artisti performativi, chef: Crowner progetta ambienti che coinvolgono il corpo e trasformano lo spazio in un'esperienza tridimensionale. Questa dimensione ha trovato nuovo slancio in Pastorale – ispirato alla Sinfonia n. 6 di Beethoven, una creazione della coreografa Pam Tanowitz in residenza al Fisher Center LAB, per la quale ha anche ideato la scenografia: un vero e proprio palinsesto in cui paesaggi astratti, colori vivaci e strati musicali compongono una celebrazione dei sensi.

Che crei dipinti, ceramiche, opere murali o scenografie teatrali, Sarah Crowner cerca meno di rappresentare che di attivare: di dare allo sguardo il tempo di vagare, di tornare indietro, di respirare. Il suo lavoro ci ricorda che la pittura, anche quando estesa allo spazio, è prima di tutto un modo di guardare, lento e preciso, capace di rivelare ciò che collega gesti, forme ed esseri.

Pastorale, 2025, Pam Tanowitz, Sarah Crowner e Caroline Shaw
Una commissione LAB del Fisher Center
Foto: ©Maria Baranova
Nella foto: da sinistra a destra: Stephanie Terasaki, Lindsey Jones, Marc Crousillat, Christine Flores, Maile
Okamura, Anson Zwingelberg e Caitlin Scranton

Pastorale, 2025, Pam Tanowitz, Sarah Crowner e Caroline Shaw
Una commissione LAB del Fisher Center
Foto: ©Maria Baranova
Nella foto: da sinistra a destra: Marc Crousillat, Anson Zwingelberg, Maile Okamura, Christine Flores, Stephanie
Terasaki, Caitlin Scranton e Lindsey Jones

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