La pittrice tedesca Vivian Greven presenta a Seul la sua prima mostra personale in Corea del Sud. Riunite sotto il titolo "In Bloom", le sue tele recenti trasformano la metamorfosi in un linguaggio: corpi, fiori e mani passano da uno stato all'altro, sospesi sulla soglia della propria fioritura.

Figure enigmatiche riempiono la tela e lo sguardo scivola su una superficie di una morbidezza quasi irreale. Frammenti di corpi si toccano, si separano e si ricongiungono; una mano stringe le dita attorno a un fiore e l'occhio segue il movimento fino alla corolla che si schiude. Qui, Dafne si trasforma in un albero; là, gocce d'acqua scorrono lungo Ondina. Luce e ombra si intrecciano e poi si dissolvono, lasciandoci incerti se la scena appartenga al giorno o alla notte, al momento presente o all'eternità. Il tempo sembra essersi fermato.
Per Greven, la metamorfosi non è semplicemente un cambiamento di forma. Nutrito da racconti mitologici come quello di Apollo e Dafne, il suo dipinto presenta esseri in continuo mutamento: i corpi si trasformano e sfumano i propri confini con fiori e piante, mentre le forme evocano anche la scultura. L'artista è meno interessato alla trasformazione in sé che al processo continuo attraverso il quale ogni cosa prende forma. Nascere, invecchiare, morire: siamo in costante disfacimento e ricostruzione di noi stessi. La metamorfosi degli eroi mitologici è semplicemente un vibrante riflesso della nostra condizione ordinaria.
Ricorrono tre motivi: la mano, la donna, il fiore. La mano percepisce, connette, mette in contatto: è il punto in cui avviene il cambiamento, come in Mano di Dafne I (2026), una reinterpretazione dell'Apollo e Dafne del Bernini (1622-1625). Dà forma al pensiero invisibile e trasforma l'istante in durata. Le donne appaiono come soggetti che subiscono questa trasformazione; il fiore, il simbolo che la rende visibile. Un fiore ambivalente, inoltre: celebra la vita tanto quanto richiama la morte, una vanità abbagliante in cui splendore e vuoto si mescolano. In Undine I (2026), ispirata all'Ondine di Chauncey Ives (1880), lo spirito dell'acqua, avvolto da un'aureola blu, racchiude sia l'inizio che la fine della vita, nonché un'idea di eternità.


Vivian Greven, Marilyn II, 2026, Olio su tela, 160 × 120 cm | 63 × 47 1/4 pollici. © Per gentile concessione dell'artista e di Perrotin.
Greven si rifiuta inoltre di fossilizzarsi in uno stile rigido. Alcune immagini creano volume e illusione (la goccia d'acqua in Undine I ), mentre altre, piatte come in After Daphne II (2026), richiamano la superficie stessa del dipinto. La sua riflessione sulle origini della pittura culmina in Bond IV (2026), dove sovrappone l'Estasi della Beata Ludovica Albertoni (1671-1674) del Bernini a immagini tratte da film erotici. Le cornici rettangolari si ripetono, separando l'arte dalla realtà ed evocando le innumerevoli finestre rettangolari attraverso le quali immagini e illusioni ci giungono ancora oggi.
Da qui, senza dubbio, la distanza che queste figure mantengono, così belle da non permettere di distogliere lo sguardo, eppure inaccessibili. Sembrano fluttuare da qualche parte, né del tutto presenti né del tutto assenti. Perché un'immagine porta sempre in sé l'assenza di ciò che mostra: afferma una presenza già svanita. Greven conferisce a questa assenza una forma accattivante. Volti e occhi, con poche eccezioni, ci sfuggono; il corpo, inquadrato in primo piano, sfugge a ogni presa. La bellezza, qui, esige la sua parte di ombra, ed è in questo gioco di velato e svelato che nasce il desiderio di guardare ancora.

"In fiore"
Galleria Perrotin, Seul
10 Dosan-daero 45-gil, Gangnam-gu, Seul (Corea del Sud)
Fino al 19 agosto 2026







