Con La donna che sapeva troppoPresentato a Cannes, Nader Saeivar si è affermato come una delle voci più importanti del cinema iraniano contemporaneo. Co-sceneggiatore di Tre facce di Jafar Panahi (Premio per la migliore sceneggiatura, 2018), qui ci regala una bomba politica, girata clandestinamente in Iran e montata con l'aiuto di Panahi, ora Palma d'Oro 2025 per Un semplice incidente.

Il film si apre con una lunga scena di danza: donne vestite di bianco e rosso si muovono su uno sfondo immacolato, mentre due figure in nero – una madre e sua figlia – si muovono tra loro come ombre. C'è tutto: bellezza, oppressione, resistenza. Al centro della storia c'è Tarlan (Maryam Boubani, di una potenza straziante), un'insegnante in pensione e attivista pacifista. Sta cercando di far riconoscere come vittima di omicidio la figlia, una ballerina picchiata dal marito violento, un alto funzionario del regime islamico. Questa lotta personale si unisce a un'implacabile accusa: la condanna di un potere patriarcale e corrotto che, anche all'interno della famiglia, detta legge e riduce al silenzio le donne.
La regista racconta l'intricata indagine di Tarlan con esemplare moderazione. Dietro finestre sbarrate, porte chiuse o all'interno di un'auto, l'anziana donna è costantemente imprigionata. Ma ogni volta riesce a fuggire, persiste e persevera. La sua ricerca di giustizia diventa il simbolo di una rivolta silenziosa, quella di un popolo e, soprattutto, di una generazione di donne. L'ombra del movimento Donna, Vita, LibertàNato dopo la morte di Jina Mahsa Amini nel 2022, incombe su ogni piano.

Girato con risorse limitate ma con una sorprendente inventiva, il film riesce a eludere la censura giocando con ellissi, allusioni e potere simbolico. Un topo che invade la casa, un'auto che sfreccia nel deserto, una danza che libera i corpi... tutti questi segni trasformano il realismo in una poesia politica.
L'attrice e attivista Maryam Boubani infonde al personaggio di Tarlan una dignità luminosa. I suoi occhi, colmi di incrollabile gentilezza, rendono il film un'ode al coraggio femminile. È presente in ogni scena, a tratti fragile e indistruttibile, incarnazione di una resistenza che rifiuta di essere messa a tacere.
Nonostante una terza parte più confusa, La donna che sapeva troppo Rimane un'opera essenziale: cronaca di un femminicidio, ma anche manifesto di libertà, dedicato alle donne iraniane. Nell'inquadratura finale – una danza liberatoria, filmata come un sogno – Saeivar ci ricorda: « Una volta che inizi a ballare, vai fino in fondo. Un invito alla perseveranza e alla speranza.











