Tutti i film di Michael Haneke, girati nell'arco di oltre trent'anni tra l'Austria e la Francia - grazie soprattutto al sostegno della produttrice Margaret Menegoz, recentemente scomparsa - saranno presto riscoperti nelle sale cinematografiche, dopo essere stati resi disponibili gratuitamente per alcuni mesi sulla piattaforma Arte.tv. È l'occasione per rivedere un'opera densa, unica e di rara coerenza.

Nato a Monaco di Baviera da genitori attori, l'austriaco Michael Haneke è arrivato al cinema tardi, dopo aver diretto diverse opere teatrali e girato film per la televisione. Aveva 47 anni quando ha realizzato il suo primo lungometraggio, Il settimo continente, nel 1988. Tutti i tratti distintivi del cinema di Haneke erano già presenti: la tristezza e la solitudine degli individui nelle società moderne, la mancanza di comunicazione, l'assenza di speranza. Il tutto avvolto in una messa in scena clinica che qualcuno potrebbe definire fredda, persino crudele, ma che in realtà rifiuta il pathos. Il film segue la vita quotidiana di una famiglia borghese austriaca, felice in apparenza, che decide di isolarsi da ogni vita sociale fino a sprofondare lentamente nella follia suicida. Costruito in tre parti, le prime due che mostrano la noia della monotona vita quotidiana della famiglia, l'ultima che ne dispiega l'autodistruzione senza una vera spiegazione, il film gioca con una messa in scena apparentemente realistica per sorprendere lo spettatore che, abituato al cinema classico, pensa di assistere a una semplice storia mentre in realtà si tratta più di una parabola.


L'impostazione è simile in quello che è forse il film più noto di Michael Haneke, Funny Games (1997), un film diventato talmente di culto da aver beneficiato di un remake americano (una copia quasi identica del film originale, girata dallo stesso Haneke nel 2007). La storia assomiglia a molti film di home invasion, un sottogenere ultra-prolifico di thriller in cui individui pericolosi si introducono nelle case di persone innocenti - spesso una famiglia di estrazione benestante. Da La casa degli ostaggi (1955) di William Wyler a Panic Room (2002) di David Fincher e Scream (1996) di Wes Craven, gli epigoni del genere sono stati innumerevoli. Con Funny Games, Michael Haneke gioca con i codici del cinema per metterli in discussione. Non siamo più semplici spettatori esterni alla storia, ma complici dei carnefici. Più volte, il leader del duo criminale si rivolge allo spettatore con la telecamera, ammiccando e ponendo domande retoriche su cosa fare dopo. E quando, eroicamente, la moglie della coppia vittima riesce ad afferrare la pistola e a uccidere uno dei suoi assalitori, l'altro prende un telecomando e riavvolge la scena, questa volta per impedirle di mettere le mani sull'arma. Mentre lo spettatore è completamente immerso nell'azione, questa svolta crudele e inaspettata ci ricorda che i personaggi non sono altro che le marionette del regista e che sta a lui decidere se dare loro speranza o condannarli.
Questa messa in discussione delle possibilità del cinema e del posto dello spettatore è proseguita nei film successivi di Michael Haneke, in particolare in Caché (2005). Ancora una volta, la vita quotidiana di una coppia borghese viene sconvolta da un elemento narrativo. Un giornalista letterario molto influente e sua moglie (Daniel Auteuil e Juliette Binoche) vivono in una piccola casa benestante nel 13° arrondissement di Parigi. Un giorno ricevono una videocassetta che mostra la loro casa ripresa in un'inquadratura fissa dall'altro lato della strada. È con questa immagine che inizia l'ottavo film di Michael Haneke. Una casa e degli individui ripresi dallo spazio pubblico, ignari di essere osservati. Una via di mezzo tra le riprese delle telecamere a circuito chiuso e i reality. La sequenza lascia lo spettatore a chiedersi cosa stia guardando e chi stia guardando. Quale soggettività si cela dietro queste immagini? Michael Haneke ci impone la posizione di voyeur senza spiegare le ragioni della sua curiosità, proprio come non sapevamo perché i giovani di Funny Games si lanciassero in una follia omicida. Col passare dei giorni, la coppia Auteuil-Binoche riceve altre cassette. Vedono i luoghi della loro infanzia. A poco a poco, le immagini riportano alla mente vecchi ricordi, quelli di un amico d'infanzia algerino e del massacro del 17 ottobre 1961.

Caché, che ha vinto il premio per la regia al Festival di Cannes ed è spesso considerato il miglior film di Haneke, evocando sia la società della sorveglianza che la fragile memoria della guerra d'Algeria, è il quarto film in lingua francese del regista austriaco, cinque anni dopo Code inconnu (2000), un film sull'incomunicabilità degli esseri umani in cui si incrociano un reporter di guerra di ritorno dalla Bosnia, una giovane attrice parigina e un giovane figlio di immigrati africani che cerca di trovare il suo posto in un'Europa non sempre accogliente. Code inconnu segna la prima collaborazione tra Haneke e Juliette Binoche. Il regista ha diretto anche Isabelle Huppert in quattro film: il successo de La pianista nel 2001, seguito da Il tempo del lupo (2003), Amour (2012) e Happy End (2017). Si tratta di ruoli spesso affascinanti per personaggi non sempre simpatici ma spesso complessi, che mescolano una grande oscurità a un certo umorismo austriaco che è "nell'eredità di Karl Kraus o Thomas Bernhard", come ha sottolineato Isabelle Huppert in un'intervista a Le Monde nel 2014. Dodici lungometraggi, oltre a quattro film televisivi poco conosciuti, di una filmografia tanto acida quanto essenziale, da scoprire o riscoprire.
MICHAEL HANEKE INTEGRALE RETROSPETTIVA
IN PROSSIMA VISIONE NEI TEATRI








