Nelle opere di Julian Diaz, c'è una luce sottile, quasi antica. Sembra emanare dall'interno del legno, come se ogni fibra contenesse ancora un respiro, un segreto, un impulso del tempo in cui l'albero era vivo, slanciato. Nato in Argentina e ora residente a Tolosa, l'artista non scolpisce tanto quanto ascolta. Si avvicina alla materia come ci si avvicina a una presenza, con attenzione e silenzio, per catturarne il minimo fremito.


Il suo lavoro occupa quello spazio fragile in cui arte, design e architettura si intersecano. Eppure, è il materiale – grezzo, sensibile, selvaggio – a rimanere il suo unico punto di origine. Nel rovere e nel frassino francesi, Julian Diaz cerca meno la forma che la memoria: una traccia sepolta, un movimento dimenticato, una vibrazione pronta a rinascere. Sotto la lama dello scalpello, il legno si rivela come un paesaggio intimo; sotto il fuoco del... shou sugi banSi apre, si crepa e brucia con dignità, riacquistando un nero minerale che gli conferisce la gravità delle pietre e delle terre antiche.
Ogni pezzo è un incontro. Una lenta negoziazione tra la volontà del gesto e la resistenza del materiale. Il legno si incava, si allunga e si increspa, evocando di volta in volta la pelle di un animale mitico, il letto di un fiume prosciugato, la crosta terrestre in divenire. In queste sculture e mobili abitati, qualcosa pulsa ancora. Un'energia smorzata, quasi organica, sembra scorrere nelle vene del materiale, come se l'artista ne avesse catturato l'ultimo respiro e lo avesse trasformato in presenza.


In questo universo in cui le forme sono spogliate di ogni artificio, la bellezza emerge dall'imperfezione: un'asimmetria deliberata, una bruciatura, un rilievo caotico che la mano si è rifiutata di domare. Julian Diaz celebra ciò che sfugge, ciò che resiste, ciò che rifiuta la levigata perfezione. Le sue opere non decorano uno spazio: lo accrescono, lo rallentano, lo aprono a una profondità inaspettata. La loro apparente semplicità non è mai minimalista; è essenziale.
Le sue collaborazioni con Laura Gonzalez e lo studio Caprini & Pellerin dimostrano la sua capacità di collocare le sue opere in spazi in cui il legno, ancora una volta permeato di una qualità rituale, dialoga con l'architettura, le ombre e i volumi. Le sue opere viaggiano anche tra fiere e mostre, dove ogni scultura sembra portare con sé un frammento di foresta, un pezzo di notte, un calore antico. Battito cardiaco, presentato di recente alla fiera Estampa di Madrid, appare come il cuore pulsante di questo approccio: un pezzo bruciato, scolpito, dove sembra di percepire un battito profondo, quello della materia stessa.
Di fronte alle opere di Julian Diaz, il tempo stesso si trasforma. Non ci limitiamo a guardare; respiriamo con loro. Invitano a una rara forma di attenzione, a un ritorno al tatto, alla lentezza e alla terra. Ci ricordano che il legno, prima di diventare un oggetto, era un essere vivente, permeato di luce, acqua e vento. Scolpendo questa memoria, l'artista non si limita a plasmare forme; evoca emozioni tangibili, frammenti di origine.










