
Il festival di fotografia di Arles promuove la condivisione di una passione comune, la fotografia, con la sua capacità di raccontare storie e garantirne la conservazione nel tempo.

L'incontro tra fotografia e narrazione alimenta un movimento emancipatorio basato sulla circolazione di idee attraverso un'ampia varietà di immagini. Strumento di condivisione, la fotografia dà vita a nuove voci pronte a plasmare la nostra prospettiva attraverso narrazioni visive. La 57ª edizione dell'Arles Photography Festival si estende per tre mesi, dal 6 luglio al 4 ottobre. Questo polo creativo è strutturato attorno a diversi temi. Le mostre collegano vari progetti collettivi sensibili alla natura effimera del contatto con la fotografia, legata al costante bisogno di connettersi con la realtà. È un omaggio alla fotografia e alla sua capacità di attraversare e testimoniare ogni modo di celebrare le nostre interpretazioni e il nostro coinvolgimento. I sei temi esplorati sono: "Indipendenze", "Attraversamenti", "Vite sensibili", "Riletture", "Archivi incerti" e, infine, "Emergenze".
Indipendenti
Ghana! Sognando l'indipendenza 1957-1976:
La mostra presenta una serie di opere storiche e contemporanee di fotografi che affrontano il tema dell'indipendenza del Ghana. L'indipendenza del Ghana, ottenuta il 6 marzo 1957, ha innescato una profonda trasformazione politica e sociale. Tuttavia, caratterizzato da un fragile panorama politico in seguito alla decolonizzazione dal dominio britannico, il Paese sperava di forgiare un senso di unità collettiva. Tra i fotografi, Paul Strand ha ricostruito l'identità ghanese a partire da una cultura preesistente ma dimenticata. Anche Carlos Idun Tawiah ha contribuito a questa speranza nazionale, immortalando scene di pranzi domenicali e momenti familiari. L'importanza dell'azione editoriale legata all'indipendenza del Ghana ha permesso di ritrarre una nazione nuova, e in particolare più giovane, alla ricerca di una realizzazione culturale, esplorando temi come l'amore, la nostalgia e la speranza.

Crossings
Orianne Ciantar Olive: Le rovine circolari
Nel 2019, Orianne Ciantar si è recata in Siria, percorrendo la vecchia linea ferroviaria Beirut-Damasco. Presso lo stretto confine tra Siria e Libano, Ciantar ha deciso di capovolgere ogni cosa per evocare uno sconvolgimento storico, una frattura che si allarga senza possibilità di ritorno. Nel suo processo creativo, impiega principi di inversione, dalla pellicola invertita e solarizzazione all'inversione di nomi e false identità. La serie inscrive una nuova narrazione a partire dalla realtà per mettere in discussione la responsabilità degli archivi fotografici riguardo a ciò che testimoniano e a ciò che dimostrano. L'immagine ha il potere di spostare lo sguardo evitando qualsiasi forma di conflitto. Questo esperimento fotografico indaga la veridicità delle fotografie d'archivio.


Orianne Ciantar Olive, I Prostrati II, 2021 Con il gentile permesso dell'artista
Uno sguardo alla collezione fotografica del FNAC attraverso un racconto di Nathacha Appanah: I nostri sogni lontani
Our Distant Dreams è una raccolta di storie curata da Natacha Appanah. La parola "attraversato" evoca il vocabolario del viaggio. Esplorando il corpus fotografico della FNAC, la cui collezione comprende quasi 1800 stampe, scopriamo una prospettiva sulla trasgressione e una devozione al viaggio. La fotografia è in movimento, ed è proprio per questo che rimane essenziale. Il desiderio di ritrovare se stessi si appaga cercando altrove, negli archivi e in terre remote.

Vite sensibili
Flower Power
Il fiore, simbolo ricorrente nell'arte, evoca speranza e rigenerazione. Lungi dall'essere una semplice entità, si trasforma, perdendo petali o foglie, ed è capace di assumere qualsiasi aspetto. Cinque fotografi hanno esplorato il significato simbolico del fiore in base alla sua rappresentazione e al suo ruolo nella società durante tutto il suo ciclo vitale. La nostra indifferenza verso i fiori ci impedisce di immaginare le conseguenze delle nostre azioni su questi esseri viventi.
Correzione di bozze
Harry Gruyaert: Il senso del luogo
Harry Gruyaert viaggia per il mondo con intensità e, che si trovi a New York, Mosca, Mumbai o Zanzibar, sembra sempre trovare ispirazione. Ogni sua fotografia mette in luce una meticolosa geometria urbana e una composizione che ricorda una coreografia. Trasforma l'ambiente circostante in una nota musicale costruita su un ritmo capace di trasmettere il dinamismo presente nelle popolazioni urbane. I rituali sociali lo attraggono perché privi di disprezzo e gerarchie. I colori vibranti che emanano dal suo obiettivo testimoniano un meccanismo di socializzazione incentrato sull'identità nazionale e, in ultima analisi, sull'identità individuale.

Archivi incerti
Lee Schulman e Omar Victor Diop: Il progetto anonimo esiste
Il progetto Anonymous, Being There , è un album di famiglia crudo e aperto che ripercorre i bei momenti, quelli creati attraverso la presenza e la condivisione di istanti intimi. Ma dovremmo ricordare che la fotografia è uno strumento pieno di contraddizioni? Agendo come veicolo di verità, questo mezzo ricompone la realtà e poi cristallizza un momento di verità. Eppure, è proprio perché riformula questa realtà che la questione della sua autenticità rimane da smantellare. L'illusione di una felicità continua si realizza quando l'alterità viene posta fuori dall'inquadratura. Fotografie d'archivio scattate in Nord America negli anni '1950 e '1960 hanno permesso la costruzione di questa serie, caratterizzata da una presenza nera consapevolmente integrata in un paesaggio prevalentemente bianco. Da rappresentazioni messe in scena, l'innocenza del silenzio convalida queste immagini, che tuttavia emanano un bilaterale disagio. Omar Victor Diop è deliberatamente escluso come simbolo di resistenza e ingiustizia. Attraverso scenari ordinari, la normalizzazione del sentimento di esclusione alimenta la questione del razzismo e dell'attaccamento ad esso.

Emergenze
Camille Renée Devin: Alla scoperta dei miei colori
Discovering My Colors è un manifesto nella ricerca dell'identità, un omaggio a coloro che cercano il proprio posto tra le origini e la routine quotidiana. Appartenere a una comunità richiede più che adottare abitudini e seguire le tendenze. Il nostro senso di identità nasce infatti dall'incontro tra ciò che ci ancora al presente e ciò che aspiriamo a diventare. Camille Renée Devin crea un ponte tra i suoi antenati e il suo modo di vivere il mondo. La fotografia, suo mezzo espressivo prediletto, esplora le forme di rappresentazione dell'identità attraverso analogie astratte con la genetica. La serie fotografica è un progetto di unità che mira a conciliare le incertezze sulla nostra identità con le nostre intuizioni su ciò che ci permette di essere riconosciuti.


Camille-Renée Devid, La danza delle anime antiche, 2020-2024. Con il gentile permesso dell'artista.
L'Arles Photography Festival coniuga riflessione e contemplazione all'interno di un ricco e variegato panorama fotografico di storie. Le narrazioni condivise seguono una cartografia precisa, tanto emozionante quanto sperimentale. I materiali d'archivio diventano più che reperti archeologici; si connettono a riflessioni contemporanee, diventando il palcoscenico di nuove dichiarazioni visive. L'attenzione all'identità e alla presenza fisica o morale plasma sottilmente il punto di convergenza tra tutte queste serie fotografiche.
https://www.rencontres-arles.com/fr
Incontri di fotografia
34 rue du dottor Fanton, Arles
Dal 6 luglio al 4 ottobre








