

La mostra "Atlante degli echi" presentata al MEP ci permette di sognare senza uscire dal mondo cosciente.


Sarah Van Rij, artista olandese nata nel 1990, vive tra Parigi e Amsterdam. Il ritmo della vita urbana le offre punti di riferimento visivi fortemente influenzati dalle abitudini del mondo contemporaneo. Fotografa autodidatta che lavora con tecniche di collage e montaggio, possiede una visione unica ed esteticamente piacevole.
Le fotografie di Sarah van Rij sono costruite attorno a un messaggio poetico rafforzato da un'ombra, una presenza umana, un riflesso, un dettaglio, una geometria particolare... Gettando uno sguardo sensibile su ciò che la circonda, riesce a catturare l'invisibile. I suoi brevi incontri con sconosciuti le permettono di creare nuove scene, nuovi mondi di possibilità. Proietta le sue fantasticherie sugli incontri che fa durante il giorno, per quanto inaspettati possano essere: una tazza dimenticata in un bar, una sigaretta che brucia un po' troppo forte, una scarpa che lascia un segno, una mano in azione, una luce tremolante...


Guidata da una spontaneità viscerale, Sarah Van Rij non si limita a vagare per le città. Crea collage dalle sue immagini per raccontare un'altra storia, una storia che fa appello alla fantasia e all'immaginazione e che va oltre una semplice fotografia. Attraverso questo "riciclo", mette in luce una pratica raramente osservata nel mondo della fotografia: mentre la maggior parte delle persone si sforza di ottenere un'immagine nitida e perfetta, Sarah Van Rij a volte usa il suo iPhone senza vergogna o ricerca di perfezionismo.
L'identità di Sarah Van Rij è definita dall'inquadratura pertinente, dalla prospettiva inaspettata, dal soggetto impersonale e dalla sconcertante atemporalità. Le sue immagini sono costruite interamente con strumenti contemporanei, in un contesto prettamente urbano. Non aderendo a uno stile particolare – ritratto, paesaggio, collage, sfocatura – la fotografa mantiene la libertà nella sua pratica. Il caso gioca un ruolo, come si dice, e Sarah sa come rendere interessante questo caso. Riesce anche a trasformarlo in una scena cinematografica che invita solo alla contemplazione completa.
Dai suoi racconti brevi e inaspettati, solleva una domanda: cosa vediamo quando prendiamo coscienza dei gesti altrui? È un modo per prestare attenzione a ciò che ci circonda e per stimolare la nostra immaginazione, perché con un semplice sguardo e riciclando le nostre osservazioni, possiamo distorcere la realtà e raccontare le nostre storie. Basta osservare, sperimentare e immaginare.










